The Bull - Il tuo podcast di Finanza Personale.
Tutto, ma proprio tutto, quello che devi sapere su risparmio e investimenti, senza fronzoli e tecnicismi inutili ma solo l'essenziale per imparare a gestire sul serio i tuoi soldi e costruire un passo per volta un futuro finanziario migliore per te e per la tua famiglia.
Settimana dopo settimana, con The Bull imparerai a gestire con semplicità il tuo budet personale, ad aumentare i tuoi risparmi senza compromettere il tuo stile di vita, ad incrementare i tuoi guadagni prendendo decisioni migliori sulla tua carriera professionale.
Ma soprattutto imparerai come investire davvero i tuoi soldi, con una prospettiva di lungo termine, solida e realistica, che ti porterà a rivoluzionare il tuo intero rapporto con il denaro e ad aprirti strade che non avresti mai immaginato.
Currently Playing: La crisi delle Big Tech: la rotazione è iniziata
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Da quasi un decennio c'era una sola regola d'oro: compra le Big Tech e guardala crescere più di chiunque altro. Apple, Microsoft, Nvidia, Amazon, Alphabet, Meta, Tesla. Le sette meraviglie che ogni anno salivano e facevano sembrare un folle chiunque parlasse di diversificazione.
Nei primi sei mesi del 2026 sapete quanta parte del rendimento dell'S&P 500 è arrivata da quelle sette aziende? Praticamente zero. Quasi il 100% della crescita è venuto dalle altre 493 società. Ed Yardeni e mezza Wall Street le hanno già ribattezzate: non più "Magnificent Seven", ma "Lag Seven" — le sette ritardatarie.
Non è un disastro e non è una profezia. È una rotazione, e cambia qualcosa per i nostri portafogli.
In questo episodio guardiamo cosa dicono davvero i dati, capiamo perché il vero protagonista non sono gli utili ma il free cash flow, e soprattutto: cosa significa tutto questo per chi ha un portafoglio market cap weighted — e come arrivare preparati se il mercato gira sul serio.
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00:00 Le Big Tech stanno perdendo?
03:26 Perché l’AI divora la cassa
11:48 Siamo in una bolla degli utili?
17:29 Cosa fare con un ETF globale
26:44 Il tagliando al portafoglio
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Video Transcript
Da quasi un decennio in questo paese in mezzo mondo c'è stata una sola regola d'oro sui mercati azionari. Compra le bigtech, le Magnificent Seven e guardale crescere più di chiunque altro. Apple, Microsoft, Nvidia, Amazon, Alphabet, Meta e Tesla. Le sette meraviglie che ogni anno salivano, trascinavano l'indice e facevano sembrare un folle chiunque parlasse di diversificazione. Negli ultimi 10 anni Spy, che è il più famoso ETF del mondo sull'S&P 500, ha reso il 320%. Le Mag 7 hanno reso dal 418% di meta all'assurdo più 16.640% di invidia. Ora lasciate che vi dia un numero solo. Nei primi 6 mesi del 2026 sapete quanta parte del rendimento dell'S&P 500 è arrivata da quelle sette aziende? Praticamente zero. Quasi il 100% della crescita dell'indice quest'anno è venuta dalle altre 493 società. Dopo che negli ultimi 5 anni avevano tirato la carretta e addirittura nel 2023 avevano pesato per il 76% della crescita di tutto l' S&P 500, quest'anno o le Magnificent 7 sono state letteralmente una palla al piede. Da inizio anno Google a parte tutte le magnifiche hanno sottoperformato il mercato e il mio strategist preferito Eddy Ardeni insieme a Mezza Wall Street ha iniziato a chiamarli in un altro modo, non più Magnificent Sev, ma Lag Seven, le sette ritardatarie. Ora la tentazione è raccontarvela come un disastro o come una profezia. Vendete tutto, arriva il crollo. Non farò né una cosa né l'altra cosa perché si tratterebbe di dire una scemenza dietro l'altra. Quello che facciamo oggi invece sono tre cose. Primo, guardiamo cosa dicono davvero i dati sulla rotazione del mercato via dalle big tech. Secondo, capiamo perché il vero protagonista di questa storia non sono gli utili, ma una cosa che si chiama free cash flow. E terzo, il punto che conta di più. Cosa significa tutto questo per i nostri portafogli, generalmente market capitated? E perché il gioco non è indovinare la rotazione, ma arrivare preparati se il mercato si gira sul serio. In questo podcast parliamo di finanza, investimenti e mercati per aiutare chiunque ad imparare a investire con buon senso, realizzare i propri obiettivi e costruire la vita che desidera. Se non l'avete ancora fatto, mettete segue al canale su YouTube, Spotify o Apple Podcast e attivate le notifiche. A voi non costa niente, per me significa tutto. E se siete arrivati qui per la prima volta di Finanza, pensate di non capirci una beata mazza, state tranquilli, fatevi un giro sui primi 10 episodi o sulla playlist Comincia da qui su YouTube, così poi qualunque puntata, compresa questa, ve la seguite senza problemi. Alla fine del primo semestre del 2026 l'S&P 500 ha chiuso intorno ai 75.500 500 punti e la stagione delle trimestrali sarà cominciata nel momento in cui starete guardando questo video. Poi magari nel frattempo qualche numero si sarà mosso rispetto a quelli che vedremo oggi, ma la storia di fondo quella no, quella non cambia. Partiamo dai fatti. Il mio amico Ben Carson ha scritto pochi giorni fa un pezzo che è tutto un programma. Le Mag 7 stanno perdendo. In pratica nel 2026 tutto sta battendo le Mag 7, non solo il resto delle large cap americane. Le small cap, value stock, mercati internazionali, praticamente qualunque cosa abbiate in portafoglio che non siano quelle sette aziende, quest'anno affatto meglio. La persistenza di questo trend non ne fa più qualcosa che sembra puramente una coincidenza, ma sta diventando proprio una tesi di tanti asset manager. Per esempio Torstenosten Lock, che è il super capo economista di Apollo, uno che prima di Apollo ha fatto 15 anni da chief economist in Deutsch Banca, quindi mica pizze e ficchi. A fine giugno ha pubblicato una nota il cui titolo è testualmente: "Le mag iniziano a sottoperformare, i mercati ruotano verso quality e free cash flow". Dentro quella nota c'è il dato più eloquente di tutti, il premio di valutazione delle maxet rispetto al resto dell'indice, cioè quanto di più siamo disposti a pagare per un dollaro di utili di Nvidia rispetto a un dollaro di utili di una società qualsiasi delle altre 493 è sceso al livello più basso da più di 10 anni. Cioè, traduzione, per la prima volta da un decennio il mercato ha smesso di considerare le big tech una categoria a parte da pagare a qualunque prezzo. Questa non è che sia una novità assoluta perché i cicli si ripetono continuamente nella storia. Negli anni 70 c'era un gruppo di titoloni americani che venivano chiamati i nifty50fty, che erano 50 aziende favolose, solide, di qualità, che tutti ricevano di poter comprare a qualunque prezzo, perché tanto sarebbero cresciuti per sempre, come IBM, Coca-Cola, Boeing, Kodak e così via. Poi dal 1973 quel gruppo si è preso una batosta storica e per anni ha sottoperformato tutto il resto. Oppure negli anni 90 ci sono state le grandi internet company dell'epoca, Cisco, Intel, Microsoft. erano le regine indiscusse e investire fuori dalle nuove società di internet sembrava una pazzia. Nei 3-4 anni successivi al picco però, mentre quelle crollavano, che cos'è che saliva? Le società noiose, il value, le small cap, tutto ciò che nessuno prima voleva. La storia non si ripete mai identica, però, come si dice spesso far rima, quando un pugno di vincitori diventa così grande e così amato da sembrare l'unica scelta possibile, [musica] è di solito il momento in cui la leadership comincia prima piano piano e poi di colpo a cambiare di mano. Oh, non ve lo dico, eh, per spaventarvi, ve lo dico perché il pattern che stiamo vedendo nel 2026, cioè le magnifiche che arrancano e tutto il resto che corre, quel partner nella storia l'abbiamo già visto. Ora non è che le bigech sono improvvisamente diventate delle aziende di cacca, anzi restano delle devastanti macchine da profit. Finora la crescita degli utili delle MAG 7 rispetto ad un anno fa è stata del 36-38%, praticamente il doppio del già fantasmagorico più 19-20% del resto del mercato. Però la storia è molto più interessante di quello che questi numeri fanno trasparire. Come abbiamo detto anche nell'ultimo episodio, la verità è che ai mercati alla fine della fiera, pur con tutte le loro distorsioni emotive, interessa una sola cosa che non sono nemmeno gli utili, ma il cash, i soldi o in termini un po' più corretti il free cash flow, cioè il flusso di cassa libero, la liquidità che a un'azienda resta in mano dopo aver pagato le spese operative e soprattutto dopo aver fatto gli investimenti necessari a mandare avanti e a far crescere il business. è il denaro davvero libero, cioè quello che l'azienda può usare per pagare dividendi, ricomprare azioni proprie, ridurre il debito e così via. Per anni le Max 7 sono state delle macchine da free cashfow spettacolari. Guadagnavano montagne di soldi e ne spendevano relativamente pochi per stare in piedi perché erano business capital light, erano molto leggeri. Cioè un software non ha bisogno di grandi investimenti. Scrivi il codice una volta, lo vendi un miliardo di volte e il costo di quella miliardesima copia è sempre zero. E questa è la magia che per un decennio ha tenuto i margini di queste aziende sui livelli che la vecchia industria si sognava. E poi ciascuna competeva in un business specifico in cui aveva creato una specie di monopolio perché Apple dominava l'hardware e i device con l'iPhone su tutti. Microsoft il software, Amazon l'e-commerce, Google la pubblicità online, Meta i social, Tesla le auto elettriche e Nvidia chip, naturalmente. Poi è arrivata all'intelligenza artificiale e costruire l'AI non è capital light, ma proprio per niente, anzi è la cosa più capital heavy che si sia vista in una generazione. Bisogna mettere su data center grandi come quartieri che ciucciano l'elettricità come intere città, spendere miliardi in chip che diventano obsoleti in un 23 o tre anni e poi serve argento, rame, cemento. Insomma, improvvisamente le aziende più leggere del pianeta si sono messe a spendere come acciaierie. Risultato, la quota di flusso di cassa operativo che le grandi hyper scaler stanno reinvestendo in capex, cioè in investimenti strutturali, è schizzata verso l'alto in certi trimestri verso il 70-80%. Tutti quei soldi che prima tornavano all'azionista sotto forma di buyback, di dividendi, adesso finiscono nelle GPU di Nvidia o vanno a Micron, Sky, Intel e così via. Il free cashflow degli Hyperskaler è letteralmente collassato nell'ultimo anno, ma il prezzo di un'azione non riflette né il fatturato nei profitti della società. Come sappiamo bene, il prezzo di un'azione è il valore scontato dei flussi di cassa futuri. L' azionista non interessa tanto che l'azienda acquisti quote di mercato o che costruisca il modello di LLM più figo del pianeta. Interessa quanti soldi gli tornano in saccociaccia come dividendi e come buyback. Se quello si riduce, il prezzo dell'azione scende come conseguenza quasi meccanica. E qui c'è il paradosso più bello di tutta la storia. La stessa cosa che contemporaneamente è stata il motivo per cui queste aziende sono state amate dal mercato negli ultimi anni è anche il motivo per cui adesso vengono guardate con sospetto. Cioè prima l'EI era la promessa di crescita infinita, adesso l'EI è la voragine che siuccia tutta la loro liquidità e il mercato ha iniziato a farsi qualche domanda. E se tutto questo capex non rendesse quanto promesso? E se costruissimo 100 data center e poi scoprissimo che ne bastavano 60? A Mark Zuckerberg il dubbio deve essere cominciato a venire. Infatti durante un tauno all'interno sembra che avrebbe detto che il progresso degli agenti AI sta andando avanti più lento del previsto e infatti sta pianificando di vendere capacità di calcolo in eccesso perché forse ha investito un po' troppo in data center. Ora nessuna la risposta, però il solo fatto che il mercato inizia a porsi la domanda, basta togliere alle big tech quell'aura di infallibilità, diciamo, che le ha accompagnate per 10 anni. Ecco perché la rotazione verso aziende quality, verso aziende con tanto free cash flow inizia ad acquistare un senso economico profondo. Quando il capitale diventa, diciamo, più selettivo, un po' più chiusi, eh va a cercare le aziende che i soldi li generano davvero e li tengono, non quelli che li stanno bruciando in una corsa agli armamenti dal dubbio esito. È interessante inoltre che, nonostante la crescita degli utili delle Max sia ancora inavvicinabile dalle altre 493 in aggregato, comunque due valori si stanno avvicinando. Se qualche anno fa le sette incrementavano gli utili a ritmi doppi o tripli rispetto al resto dell'indice, adesso quel vantaggio si è assottigliato drasticamente e per il 2027 i tassi di crescita saranno molto vicini. Il punto è quasi banale. Se pago un premio enorme per un'azienda lo faccio perché mi aspetto che cresca più delle altre. Nel momento in cui quella crescita superiore si avvicina a quella di tutti gli altri e il premio non ha più una giustificazione, meno vantaggio di crescita, meno motivo di pagare tre volte tanto, a maggior ragione se la cassa che resta è sempre di meno. Questa cosa si vede benissimo andando a guardare come sono cambiati i multipli, cioè il rapporto tra prezzo e utili attesi delle Max 7 e delle altre società. Nel 2021 le azioni delle MAG 7 costavano esattamente il doppio in rapporto agli utili rispetto a quelle delle altre 493. Oggi invece siamoli lì. Gli utili delle magnifiche sono cresciuti di più di quelli delle altre società, ma allo stesso tempo il mercato ha smesso di accettare di pagare un premio molto elevato. Quindi i prezzi delle azioni delle magnifiche sette sono scesi non perché sono scesi i profitti, ma proprio perché sono scesi multipli. E il motivo l'abbiamo spiegato. Il mercato è preoccupato da quanta cassa viene consumata. Facciamo un esempio. Prendiamo due aziende ipotetiche. La prima incassa 100, ne spende 95 per stare in piedi e crescere e ne porta a casa cinque di free cashflow e per farlo si sta indebitando e mettendo bonda destra a manca come se non ci fosse un domani. La seconda incassa sempre 100, ne spende 70, ma ne mette da parte 30 di liquidità vera, ha pochi debiti e a margini più alti. In un mondo di tassi a zero e grande ottimismo, il mercato forse premierebbe la prima perché ha più potenziale di crescita. Ma in un mondo dove i soldi costano di più e l'entusiasmo si è un po' raffreddato, il mercato si ricorda improvvisamente che esiste la seconda. Ecco, quality in finanza vuol dire più o meno questo, la seconda azienda, cioè free cash flow robusto, bilancio solido, margini che reggono anche col brutto tempo. Ora su tutta la vicenda però ci sono diverse letture. In tutti i paragoni tra la presunta bolla AI e la madre di tutte le bolle che era stata la Dotcom Bubble di 2000. Io per primo ho sempre ribadito una cosa, cioè va bene tutto, però allora parlavamo di società con dubbi modelli di business che si quotavano a valutazioni stellari, a volte senza nemmeno avere un dollaro, non dico di utile, ma proprio manco di fatturato. Invece le società di oggi non sono delle nuove pet.com, sono società che fanno un pacco di soldi perché hanno modelli di business solidissimi, prodotti imbattibili, vantaggi competitivi enormi e assumono le persone più brillanti del pianeta. Quindi, in definitiva, se ci sono i profitti, tutto ok. Però qui entra il controargomento più elegante che ho letto ed è di Johin Clement, pubblicato sul Financial Times un paio di settimane fa. Clement dice: "D'accordo, gli utili sono veri, ma veri non vuol dire normali. Se prendi gli utili per azione dell'S&P 500 e ci tiri sopra una linea di tendenza storica, oggi gli utili sono circa il 60% sopra quel trend. All'inizio del 2023, quando è partito il boom dell AI, erano solo il 14% sopra. Quasi tutta questa accelerazione è arrivata praticamente negli ultimi 12 mesi. Non sono utili normali, sono utili sovranormali. Quindi da una parte tutto bene perché finché le aziende fanno profitto ci sta che i prezzi salgano, perché una delle componenti del rendimento azionario, lo sappiamo bene, è proprio l'aumento degli utili per azione rispetto all'anno prima. Però c'è un doppio problema perché questi utili eccezionali e forse insostenibili nel lungo termine arrivano insieme a valutazioni che sono altrettanto elevate. Il cape ratio, che è il rapporto tra prezzo e media degli utili reali degli ultimi 10 anni, a maggio 2026 ha superato quota 40. Era dai tempi della bolla.com che non succedeva. Clement, da bravo ingegnere, traduce tutta questa roba in linguaggio statistico utilizzando lo Z score, cioè quanto sei lontano dalla normalità in termini di deviazione standard. e lo Z score è una misura statistica che serve per confrontare grandezze diverse. I K ratio oggi hanno Z score di 2,9 in piena zona bolla. Nel dicembre 1999 era 3,3, quindi zona bolla pure. Allora, non siamo lontanissimi dal picco storico. La cosa nuova è che nel 2000 quella roba lì non c'era per gli utili, invece adesso anche gli utili sono in zona bolla. Z score 1.8 contro lo 09 di inizio 2000. Cioè, nel 2000 era in bolla solo il prezzo, oggi sono in bolla il prezzo e gli utili allo stesso tempo. Forse, naturalmente, è solo un'ipotesi. Perché conta però questa lettura? Perché se quegli utili super normali tornassero verso il loro trend e con i costi per investimenti strutturali che esplodono diventa sempre più probabile, il cape dell'S&P 500 non sarebbe più a 40, ma schizzerebbe a 64 secondo i calcoli di Clement. o meglio a 64 non ci arriverebbe mai perché probabilmente il mercato andrebbe in correzione molto prima, però rende l'idea. Ora Clement non dice che il mercato sta per crollare domani, anche perché riconosce che i boom tecnologici durano di più di quanto chiunque normalmente si aspetti. Sta dicendo però che il margine di sicurezza si è assottigliato parecchio perché utile abnormi sono sicuramente una buona notizia nel breve, ma bisogna anche ricordarsi che niente cresce fino al cielo e che prima o poi crescite stellari sono destinate a tornare sulla Terra. Quando però leggo cose troppo pessimiste, torno al mio faro nella notte, di Ardeni, che per essere uno sempre molto ottimista, comunque in questo caso ha trasmesso una certa moderazione. Da un lato ha alzato il suo target sull'S&P 500 di fine anno a 8.250 da 250 punti, tra i più alti di Wall Street, ma dall'altra si è mostrato un po' scettico verso gli analisti. Lui dice: "Io non ho mai visto le stime di consenso sugli utili salire così in fretta come negli ultimi mesi." Gli analisti si aspettano una crescita degli utili sopra il 20% per ogni trimestre che resta del 2026 e continuano ad alzarla. persino un ottimista come lui guarda l'euforia degli analisti e dice: "Ragazzi, calma un attimo, forse vi siete fatti un po' prendere la mano dopo l'entusiasmo per il primo spettacolare trimestre di quest'anno, ma non è che ogni giorno è domenica". In effetti questo è stato il primo trimestre dal 2021 in cui gli analisti hanno alzato le stime sugli utili per il trimestre in corso, mentre la prasse tipica è abbassare le stime in media del 2% per poi essere tutti contenti quando vengono battute dai risultati ufficiali. Il fatto che invece siano state alzate del 3,4% è una cosa veramente eccezionale perché non veniamo da una mega recessione come era stato nel 2021, ma già da anni di solidi profitti. Quindi delle due luna o effettivamente siamo dentro un miracolo di reddittività delle aziende americane oppure la tesi di bola dei profitti è inizia a prendere corpo. Adesso però prima che vi venga l'ansia e liquidate tutto il portafoglio, lasciate che vi dia la versione rassicurante del discorso. Mentre Yardeni che pur ha un price target dell'S&P 500 a 10.000 punti entro la fine del 2029, vede come maggior rischio che le BTECH smettano di soddisfare le elevatissime aspettative del mercato e tirino giù tutto. Deutsche Bank ha pubblicato un report dal titolo Allocazione del capitale senza le big tech in cui in pratica viene separato il resto dell'S&P 500 dalle big tecnologiche e vengono messi in luce i fondamentali. E la conclusione è confortante direi. Mentre le big tech bruciano cassa, il loro capex è cresciuto dell'876% dal 2019. contro un misero + 62% del resto dell'indice, le aziende noncono sono state in modalità prudenza, hanno accumulato liquidità, hanno ridotto il debito e mostrano oggi bilanci molto solidi. Morale, il grosso delle 500 società dell'P500 è in buona salute, almeno in media. La bolla, se c'è ed è un se non da poco, è concentrata in una manciata di nomi giganteschi, non è spalmata su tutto il mercato. Questo, almeno secondo Deutsch Bank, dovrebbe rendere l'eventuale ricaduta di una delusione sull'AI molto più contenuta di quanto oggi molti temano. Ora però veniamo alla domanda che ci interessa di più. Ma io che ho un ETF sull'azionario globale, cosa dovrei farci con tutta sta roba? Prima di spiegarlo, qualunque decisione prendiate per il vostro portafoglio, fate come faccio io da anni. investita attraverso Fineco, la banca online leader in Italia da quando ancora si pagava in lire e sponsor di questo episodio. 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Allora, dicevamo, da una parte sappiamo tutti da tempo che c'è un grosso tema di concentrazione, infatti le prime 10 società pesano per un quarto di tutto l'azionario globale e sono tutte big tech a cui poi aggiungiamo nomi come Broadcom, Taiwan semi, Micron che non rientrano nelle magnifiche sette, ma comunque orbitano intorno al tema dell'AI. E poi non è solo un tema di concentrazione, ma proprio di dimensione assoluta. Per darvi la scala, la sola invidia vale da sola più dell'intera borsa del Canada, più di quella del Regno Unito, più di Francia, Germania e quasi quattro volte l'intera borsa italiana. E insieme le Big 7 sono più grandi dei mercati azionari di Giappone, Canada e Regno Unito messi assieme. Ora la reazione istintiva sarebbe via dall S&P 500, via dalle bigtech. Il problema è che questo sembra prudenza, ma in realtà è solo un tentativo di fare marketing tirando di indovinare. Solitamente non è una buona idea perché richiede di indovinare non una ma due volte, cioè quando uscire e quando rientrare. E non ne siete capaci, ma non perché siete voi, ma perché nessuno lo è in primis che vi parla. Le buone notizie invece sono queste. La più banale è che un indice pesato per capitalizzazione ha già dentro le 493 società americane più tutte le altre società ex USA di alta qualità che quest'anno stanno trainando il mercato. Se davvero il capitale ruoterà verso le aziende quality con free cash flosano, un ETF globale marketweighted le rappresenterà sempre di più man mano che quelle salgono e le lag 7 peseranno di meno. Ovviamente lo fa con ritardo. Quindi, se le aziende che oggi pesano di più perdono terreno e quelle che pesano di meno crescono, probabilmente all'inizio il rendimento del mio ETF sarà negativo, mentre, diciamo, nel frattempo si autocorregge nel corso della rotazione, perché gli ETF indicizzati sono fantastici per essere diversificati e per rappresentare il mercato per quello che è. Non sono l'ideale per catturare in anticipo i cambi di trend e le regressioni verso la media. Nel lungo termine probabilmente non è un grandissimo problema perché per esempio il 10% di rendimento medio anno composto generato dall'P 1926 ad oggi è stato il risultato netto di circa 28.000 che complessivamente hanno reso zero ritorno in eccesso al cash e un migliaio di super aziende che da sole hanno portato tutto il rendimento. Quindi, nella misura in cui ho sempre la certezza di avere in portafoglio quel 2-3% di azioni che tirano tutta la baracca, posso stare relativamente tranquillo. Però possono esserci una serie di motivazioni o di preferenze soggettive che possono portarmi a dire sì, ok, tutto però un quarto dell'azionario globale su 10 aziende che girano tutte intorno allo stesso tema che è quello dell'AI, non rappresenta comunque un rischio sistemico almeno temporaneo? Beh, forse sì. Domanda molto giusta e la risposta onesta è probabilmente un po' lo è perché la concentrazione è reale. Ormai il settore tech allargato pesa quasi metà dell'SP500 che a sua volta pesa più del 60% del mercato globale. Ma attenzione a non ribaltare il ragionamento. La soluzione non è vendere l'indice perché è troppo concentrato, perché magari va avanti a essere concentrato per anni. Casomai ha senso aggiungere pezzi al portafoglio che bilancino questa concentrazione se per noi è un problema. Abbiamo raccontato in episodi recenti che l'MCI World Value, per esempio, ha vissuto un grande ritorno negli ultimi anni. Negli ultimi 5 anni Velue ha dominato tra gli indici fattoriali e ha reso oltre il 17% all'anno contro il purodevolissimo 12% della MCI World. Anche Momentum ha fatto molto bene, quasi 14% all'anno. Quality invece ha, diciamo così, sottoperformato il mercato, meno dell'11% all'anno. Questo però è più un punto a favore che contro ad una moderata allocazione a quality nel portafoglio. Se negli ultimi 5 anni abbiamo vissuto il forte momentum delle società più orientate alla crescita e il grande ritorno di società value semidimenticate come Micron e Intel, oggi forse il caso di investimento per società con bilanci forti e free cash flow solidi si fa più forte. In questa chiave ha fatto una lettura interessante Schruders in un articolo dal titolo Mercati azionari distorti, un'opportunità generazionale nei quality compounder. In breve l'idea sarebbe che il trendi ha distorto il mercato spaccandoli in tre pezzi. Da una parte ci sono i vincitori delle AI, cioè l'hardware e le infrastrutture. Ovviamente i mega vincitori degli ultimi anni sono tutte le realtà che a vario titolo sono legate al mondo dei semiconduttori con una crescita devastante che fa impallidire il bull market del mercato globale iniziata a fine 2022. Dall'altra ci sono i presunti porti sicuri, soprattutto utility, banche e telecom, che si sono rivalutati senza che i fondamentali lo giustificassero, ma solo perché molti investitori hanno cercato dei ripari in business solidi, lontani dall'AI. E in mezzo ci sono proprio i perdenti dell'AI che però spesso sono aziende di elevata qualità, dei veri compounder, come li chiamano loro, che il mercato potrebbe aver sopravvenduto portandoli ai minimi di valutazioni da decenni, solo perché teme che l'intelligenza artificiale distruggerà i loro vantaggi competitivi. Nel report si parla di miopia sul valore terminale di cui avevamo parlato nello scorso episodio, cioè gli investitori smetterebbero di guardare abbastanza lontano, partono per la tangente quando subentrra un'innovazione dirompente e come si dice buttano via il bambino con l'acqua sporca. Un esempio emblematico è il settore del software. Da una parte è stato uno dei più massacrati, in particolare da quando Cloud ha lanciato cowork e ha fatto vedere quanto è semplice creare software di alta qualità senza scrivere mezza riga di codice. E da lì è iniziato un bagno di sangue per il settore software, soprattutto dell'S&P 500, tanto che in un anno ha accumulato un gap di performance con l'indice di 36 punti percentuali, ma sarebbe sbagliato fare di tutta l'erba un fascio. Le aziende software hanno visto soprattutto una compressione delle valutazioni, non degli utili. Soprattutto i nomi più importanti del mondo del software Enterprise, come ad esempio Adobe, Work Day, Sales Force, oggi scambiano ad un rapporto prezzo utili che è la metà rispetto a quello dell'S&P 500, quando invece per anni sono stati titoli con prezzi premium. Ok? Spesso le azioni che diventano molto economiche sono delle value trap, si dice, no, delle trappole value. Sembrano delle offerte attraenti, ma in realtà fanno proprio schifo. Il mercato faceva bene apprezzarle a multipli bassi. Chi però conserva ancora un forte vantaggio competitivo ha bilanci forti, cassa solida e in generale rende molto complicata la sostituzione dei suoi prodotti, dei suoi servizi, ecco, lì entriamo nell'ambito di società di qualità nei termini in cui ne stiamo parlando oggi. Paradossalmente l'AI può diventare un acceleratore proprio per quelle società software che il mercato sta punendo duramente, ma che comunque conservano forti vantaggi competitivi specifici e che hanno un elevato valore intrinseco dovuto, per esempio, alla qualità dei loro servizi e alla difficoltà di sostituirli. Pensate ai costi di un'azienda per sostituire tutto il suo CRM se utilizza Sales Force. Quindi elevato valore qualitativo più elevata adozione dell'AI potrebbe rendere queste realtà molto attrattive rispetto ai primi vincitori dell'AI nel mondo dei semiconduttori, per cui ad un certo punto la festa potrebbe finire, perché anche per internet fu così. All'inizio le società dominanti erano quelle che fornivano l'infrastruttura. Si pensa al caso emblematico di Cisco che era la la invidia della Docom Bubble. Ma poi i soldi veri li fecero le società di software e le società di servizi digitali cheo scalare a basso costo e con margini alti quell'infrastruttura. Non è questo un invito a scommettere su aziende software, naturalmente è solo un esempio tra i tanti, per spiegare l'investment case di società di qualità che potrebbero riservare sorprese positive in caso di un patrack del AI Trade. In termini operativi, i modi più semplici per esporsi a società con caratteristiche quality o in generale alle 493 società che non sono le 7 o Mag 7 a seconda di come le volete chiamare sono probabilmente due o un ETF che si espone direttamente al fattore quality, quindi elevato ritorno sull'equity, basso debito, utile in crescita stabile, oppure un ETF sull'S&P 500 equal weight. E dico se P500 e non global equal weight perché quello della concentrazione nelle big tech è un tema tutto americano, non è un tema globale. In quel caso chiaramente si va a sovrappesare quelle altre 493 società che secondo quello che abbiamo detto oggi se la passano abbastanza bene. In entrambi i casi parliamo di componenti accessorie che prendono una parte del core del portafoglio, 10 20 30%, sicuramente non come sostituti del portafoglio azionario che per definizioni resta in larga parte il mercato globale pesato per capitalizzazione, a meno che abbiate delle idee molto forti in questa direzione. Arriviamo però al punto che per me è il più importante di tutto l'episodio. tutto quello che abbiamo detto, quindi la rotazione, l'agg il K pressure a 40, il free cash flow, insomma tutte queste cose non servono a fare previsioni, servono invece a fare una cosa molto più utile che potremmo chiamarla un tagliando al piano finanziario. Non conta una cipa indovinare se e quando il mercato ruoterà o correggerà, cioè conta, ma è quasi un'impresa impossibile farlo con tempismo. Conta invece essere finanziariamente pronti nel caso in cui succeda e avere la consapevolezza che ci sono una serie di motivi per cui effettivamente potrebbe succedere nel breve medio periodo. Le cose che contano sono queste. Numero uno, essere consapevoli se il proprio reddito è esposto a possibili crisi di mercato oppure se è relativamente indipendente. Cioè, se ho un lavoro molto stabile e sono probabilmente immune ad una crisi finanziaria, posso permettermi di rischiare di più e non farmi troppe pipie mentali. Viceversa conviene rivalutare la quota azionaria del portafoglio, se sia il mio portafoglio che il mio reddito possono dipendere dagli stessi fattori. Numero due, avere la giusta quota di strumenti cash o a bassa duration per affrontare anche un periodo prolungato con i mercati in rosso, soprattutto se c'è il rischio, che dicevo prima, che il mio reddito venga meno e che la qualità della mia vita possa risentirne. Numero tre, verificare che l'orizzonte temporale dei miei obiettivi di spesa e l'asset allocation siano coerenti tra loro. Sono certo di non dover mettere mano al portafoglio prima di 10-15 anni, di tutto questo il discorso mi interessa il giusto, ma devo esserne certo. Se invece esiste la possibilità che tra 5 anni voglia fare spese importanti, allora avere un portafoglio che si espone a diverse fonti di rendimento può essere un'idea forte. Se l'AI Trade continua in perterrito, probabilmente lascerò per strada del profitto, però se collassa limito il danno. Numero quattro, ricordarsi che i bull market non durano per sempre. Quello iniziato il 12 ottobre del 2022 è ancora relativamente giovane, anche se siamo vicini alla media storica di 5 anni. Prima o poi però è fisiologico che il mercato vivrà un crollo pesante. Se prendiamo per esempio l'MCI World come benchmark, crolli anche del 50-60% sono rari ma non impossibili. Negli anni 70 e due volte nel 2000 l'indice dei paesi sviluppati si è dimezzato di valore. Pochi investono 100% in azioni, ma chi magari ha anche il 70-80% in azioni tenga presente che quella parte potrebbe improvvisamente valere la metà nello spazio di pochi mesi. Se realisticamente siamo in grado di sopportare quella prospettiva, tutto bene, altrimenti oggi è il momento di intervenire, non quando la frittata è fatta. Un mercato dove le prime 10 aziende pesano il 40%, dove le valutazioni sono i massimi da 20 anni e dove gli utili sono al 60% sopra il trend, è un mercato che in effetti prima o poi correggerà. Non sto dicendo che lo farà presto, ma sicuramente lo farà prima o poi. Ma del resto la ricchezza non la costruisce chi indovina la prossima correzione, la costruisce che ha un piano abbastanza solido da non doverla indovinare. Bene amici miei, per oggi è davvero tutto. 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